Magazzino del negozio 'Movie Night'

The Truth

“The misconception about children’s fiction is that it’s lightweight or fluffy. It’s about really big and important things. It’s adults who like light and fluffy. Everything is big and important to a child, [so] their stories are about big and important events.”

Interview with Steven Moffat

Time to rest

Ultimamente il tema della morte e del sonno appare spesso nelle letture e nei film che mi passano davanti; o forse, più probabilmente, sono solo io che me ne accorgo di più in questo periodo.

Dato che non è bene scrivere un post per punti:

  • Sleeping in light, l’ultimo episodio regolare di Babylon 5 non contando i film, è di una poesia sorprendente, segno che se si vuole si può ancora fare della buona fantascienza televisiva
  • The machinist (L’uomo senza sonno) è uno strano incrocio tra Memento e un film di Hitchcock con ricordi di Fight Club; forse per questo si arriva alla fine col pensiero che ci dovesse essere qualcosa di più, ma rimane comunque un gran bel film.
  • E` partita la nuova stagione di Doctor Who, con David Tennant come decimo Dottore (e pensare che poco più di un anno fa annunciavamo il nono), e anche qui torna il tema dell’accettazione della morte (e della vita).

E visto che il sottoscritto stamane ha dovuto fare una levataccia, rimango in tema e vado a farmi un pisolo.

Eventuali e varie

Ho considerato se fare o meno un post su quanto siano effettivamente coglioni gli italiani ad aver votato chi non ha esattamente fatto bene per il paese, ma siamo in campagna elettorale, e rischio che una notte (buia e tempestosa) arrivino Nightwatch e il MiniPax a farmi cambiare idea.

Chiederò invece scusa per la prolungata assenza di aggiornamenti, adducendo le seguenti motivazioni (talune scusanti, altre possibilmente aggravanti):

  • mi è arrivato il boxset completo di Babylon 5;
  • e prima di quello mi sono arrivati Blackpool (una miniserie geniale della BBC) e un cofanetto di Doctor Who;
  • ci sono stati alcuni problemi di salute in famiglia;
  • sono stato alla Fiera del libro per ragazzi di Bologna con Eugeal;
  • conseguenza del punto precedente: ho una quindicina di libri nuovi che richiedono attenzione;
  • e prima di quella sono andato a vedere Gauguin e Van Gogh a Brescia;
  • sto realizzando (è quasi pronto a dire il vero) il nuovo sito dei Faggiorosso;
  • tra una cosa e l’altra, si trova talvolta il tempo di studiare.

Per questi e altri motivi, mi appello alla clemenza della corte.

Would you like a jellybaby?

4.11 metres

Avete visto quest’uomo?

Picture of a mysterious man

(e siamo -ufficialmente- a nove; intanto mi sono candidato come fan della sciarpa)

Don’t panic!

Nonostante i miei dubbi iniziali (un Ford Prefect nero?) il primo trailer del film sulla Guida Galattica per Autostoppisti non sembra promettere male.
L’importante, come sempre, è non lasciarsi prendere dal panico.

L’unica cosa che si sposta qui è la luce

The Others è probabilmente uno di quei film che, a causa del suo finale, si ama o si odia. Si ama perché è inaspettato e, anche se in parte prevedibile, non così banale; si odia perché un po’ affrettato e amareggiante.

Innegabile invece che tutto il resto della pellicola sia un piccolo gioiello di cinematografia: le atmosfere cupe e piene di ombre, motivate dalla malattia di cui soffrono i bambini, portano a considerare la luce quasi qualcosa di malvagio ed estraneo; la recitazione è esemplare, dalla Kidman (che in privato sarà spocchiosa quanto volete, ma sul set si cala realmente nel personaggio che interpreta) ai bambini (avete idea di quanto sia dura far recitare bene un bambino?) a Fionnula Flanagan, perfetta nella parte della governante al contempo materna ed inquietante.

Il film si basa quasi interamente su ombre e luci: non ci sono effetti speciali, non si vede quasi mai niente; la paura è per cose che puoi sentire o avvertire ma senza avere la certezza di cosa siano o, semplicemente, che ci siano davvero. Vedere, anzi, potrebbe forse portare orrore ma non terrore: il non-vedere sfrutta noi stessi come cassa di risonanza, ci confronta con i nostri personali fantasmi; lo sa bene Nicole/Grace, costretta a passare da un veemente rifiuto ad una dolorosa accettazione della presenza del sovrannaturale.

E forse la vera protagonista della storia è la luce, quella luce che terrorizza e viene confinata e arginata come acqua, e che come acqua cerca di infiltrarsi nella casa: la luce segnala il pericolo e la presenza deli intrusi, ma solo uscendo dalle ombre potrà terminare l’incubo che avvolge la casa e la vita di Grace.

Un cielo come Monet

“E` la ragazza più triste che abbia mai tenuto in mano un Martini”
Non credevo sinceramente che un film con Tom Cruise mi sarebbe piaciuto; invece Vanilla Sky, remake dello spagnolo Abre los Ojos, non solo mi ha preso ma mi ha anche lasciato vagamente inquieto durante i titoli di coda; la storia regge bene e la dualità tra realtà e allucinazione lo rendono particolarmente interessante.
Piange un po’ che, per proporre una storia ad un pubblico americano, se ne sia dovuto fare il remake a soli 4 anni di distanza, ma questa versione si nobilita anche solo per la battuta di cui sopra.

Video to radio

Parli tanto di musica d’autore, di gruppi indipendenti, delle sonorità, della tecnica, del suono organico e dell’importanza dei testi. Parli tanto di come eviti la roba commerciale, dei gruppi creati solo per vendere, dei bimbetti carini che non sanno nemmeno cosa voglia dire musica.

Poi un giorno trovi la sigla di un vecchio cartone animato e ti ritrovi ad ascoltarla a ripetizione.

Cooman??

Ringrazio di aver letto i libri in inglese, perché penso che avrei ruggito di indignazione nel sentire che Sybil Trelawney è diventata in italiano Sibilla Cooman (mi pare che il film usi l’originale; se no, devo averlo filtrato in automatico dalla vergogna).
Capisco (non è vero ma mi adeguo) le necessità di adattamento per i poveri bambini decerebrati italiani che potrebbero morire di shock leggendo il nome originale, ma mi chiedo cosa abbia fatto alla traduttrice la povera Sibilla cumana per storpiare il nome suo e della Trelawney in un colpo solo.

Dopo Dumbledore che diventa Silente e la McGonagall che diventa di McGranitt (in effetti è una traduzione che fa restare di sasso) viene davvero da chiedersi come ha fatto Harry a non diventare Enrico Vasaio.

One (token) ring to rule them all…

Token ring o Tolkien ring?

Potter Puppet Pals

Son vecchiotti ma fan sempre ridere :)

Harry Potter 3

Il prigioniero di Azkaban in 15 minuti: quasi meglio del film reale.

Il terzo film della serie è comunque molto meglio dei primi due, se non per una certa affrettatezza nelle spiegazioni dovuta alla megacompressione che si è dovuta attuare per far stare tutta la storia nelle due ore canoniche. C’è già chi commenta, più o meno facetamente, che Il quarto e il quinto film saranno in Volume 1 e Volume 2 alla Kill Bill onde evitare tagli eccessivi.
Peccato però che siano state eliminate alcune spiegazioni importanti, particolarmente quelle concernenti la Mappa del Malandrino.

Passando ai pregi, finalmente Hogwarts respira, lasciandosi indietro l’aria artificiosa e affannosa del passato e deliziandoci con grandi panoramiche dell’esterno, architetture improbabili e affascinanti (il super ponte sospeso!) e inquadrature espressive. Le riprese degli ingranaggi dell’orologio sono alquanto azzeccate per le scene da Ritorno al futuro dell’ultima parte del film. Complimenti al signor Cuarón.

Anche gli attori crescono, e non solo in età. Radcliffe è ormai calato perfettamente nella parte e comincia a mostrare quella rabbia che aflliggerà Harry nelle storie successive (e vogliono cambiarci l’attore, ma perché, ma perché? Siamo in un mondo dove i 30enni interpretano i 17enni, un 17enne che interpreta un 14enne non è certo più improbabile). Emma Watson ricade nella categoria CBCR; è carina e recita bene, potrebbe persino sopravvivere alla Potterite e usare i film come trampolino di lancio e non di arrivo (Duchovny, anyone?). Draco Malfoy ha un buon attore ma una pessima parte, mentre per Dumbledore abbiamo un attore non malvagio ma che deve confrontarsi col fantasma di Richard Harris, compito ahimè non facile in un posto come Hogwarts dove gli spettri aleggiano per secoli e non han timore di mostrarsi. Lupin e Black promossi con riserva; Oldman non è malaccio ma deve anche lui fare i conti con gli spettri non tanto degli attori passati quanto di quelli che avrebbero potuto essere nella sua parte: una torma meno ingombrante ma assai più ampia di quella che affligge Gambon.

Nel complesso un film leggero e divertente che cattura in pieno lo spirito della serie e invita a fare quello che a mio avviso dovrebbe fare ogni fan dopo aver visto la pellicola: leggersi (o rileggersi) il libro, del quale il film è soltanto un piacevole prologo.

La città del cane

Dogville è una cittadina tra i monti nei pressi di Georgetown, isolata, 15 persone e un cane. La via principale è detta dell’Olmo, anche se nessun olmo è mai stato visto a Dogville. Una scorciatoia che non si può usare passa tra i cespugli di uvaspina e alle 5 del pomeriggio la luce del campanile brilla sulla porta del negozio di Ma.
Dogville è il teatro della tragedia umana di Grace, e della tragedia umana di Dogville: non si da mai niente per niente, non si fa mai nulla per nulla, e ciò che si riceve è sempre proporzionale a ciò che noi diamo.
Il finale di Dogville fa male, forse ancora di più perché è ciò che talvolta noi, in preda all’ira, vorremmo fare a chi ci fa del male, un contrappasso rabbioso; eppure Grace infligge la sua punizione senza rabbia, con spietata lucidità , quasi con tristezza
E sui titoli di coda, mentre Bowie canticchia dei Giovani americani, viene da chiedersi cosa sia effettivamente peggiore tra l’arroganza del perdonare perché, dall’alto dei nostri principi, ci si crede peccatori come gli altri e la spietatezza del punire perché, dal basso del nostro inferno, si scopre che noi siamo effettivamente superiori a loro.

Oooooohhhhhhhhhhhhhhhhh!
Chi me la compra chi me la compra chi me la compra chi me la compra?