La città del cane

Dogville è una cittadina tra i monti nei pressi di Georgetown, isolata, 15 persone e un cane. La via principale è detta dell’Olmo, anche se nessun olmo è mai stato visto a Dogville. Una scorciatoia che non si può usare passa tra i cespugli di uvaspina e alle 5 del pomeriggio la luce del campanile brilla sulla porta del negozio di Ma.
Dogville è il teatro della tragedia umana di Grace, e della tragedia umana di Dogville: non si da mai niente per niente, non si fa mai nulla per nulla, e ciò che si riceve è sempre proporzionale a ciò che noi diamo.
Il finale di Dogville fa male, forse ancora di più perché è ciò che talvolta noi, in preda all’ira, vorremmo fare a chi ci fa del male, un contrappasso rabbioso; eppure Grace infligge la sua punizione senza rabbia, con spietata lucidità , quasi con tristezza
E sui titoli di coda, mentre Bowie canticchia dei Giovani americani, viene da chiedersi cosa sia effettivamente peggiore tra l’arroganza del perdonare perché, dall’alto dei nostri principi, ci si crede peccatori come gli altri e la spietatezza del punire perché, dal basso del nostro inferno, si scopre che noi siamo effettivamente superiori a loro.

Commenti »

  1. Dogville: una película incómoda -excelente
    Incómoda desde el principio. Difícil el método de producción para los mismos actores según sus propios testimonios. Difícil de seguir por el espectador acostumbrado al comentario constante, a la referencia explícita, a la presencia persistente d…

    Trackback di Rerum Varium — 15/8/2004 @ 20:24

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