L’unica cosa che si sposta qui è la luce

The Others è probabilmente uno di quei film che, a causa del suo finale, si ama o si odia. Si ama perché è inaspettato e, anche se in parte prevedibile, non così banale; si odia perché un po’ affrettato e amareggiante.

Innegabile invece che tutto il resto della pellicola sia un piccolo gioiello di cinematografia: le atmosfere cupe e piene di ombre, motivate dalla malattia di cui soffrono i bambini, portano a considerare la luce quasi qualcosa di malvagio ed estraneo; la recitazione è esemplare, dalla Kidman (che in privato sarà spocchiosa quanto volete, ma sul set si cala realmente nel personaggio che interpreta) ai bambini (avete idea di quanto sia dura far recitare bene un bambino?) a Fionnula Flanagan, perfetta nella parte della governante al contempo materna ed inquietante.

Il film si basa quasi interamente su ombre e luci: non ci sono effetti speciali, non si vede quasi mai niente; la paura è per cose che puoi sentire o avvertire ma senza avere la certezza di cosa siano o, semplicemente, che ci siano davvero. Vedere, anzi, potrebbe forse portare orrore ma non terrore: il non-vedere sfrutta noi stessi come cassa di risonanza, ci confronta con i nostri personali fantasmi; lo sa bene Nicole/Grace, costretta a passare da un veemente rifiuto ad una dolorosa accettazione della presenza del sovrannaturale.

E forse la vera protagonista della storia è la luce, quella luce che terrorizza e viene confinata e arginata come acqua, e che come acqua cerca di infiltrarsi nella casa: la luce segnala il pericolo e la presenza deli intrusi, ma solo uscendo dalle ombre potrà terminare l’incubo che avvolge la casa e la vita di Grace.

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